La vite, una pianta molto antica, ha trovato il suo habitat ideale nel bacino del Mediterraneo e nei territori più fertili del vicino Oriente, dove la pianta spontanea venne conosciuta e selezionata. In Italia la coltivazione della vite iniziò probabilmente dopo il 1000 a.C.; si è riscontrata infatti la presenza di semi d’uva in sepolture laziali risalenti all’VIII sec a.C. I primi vigneti furono quasi sicuramente impiantati in Etruria e in Magna Grecia e solo più tardi nel Lazio.

La lavorazione del prodotto della vite nell’area mediterranea e mediorientale non permise all’inizio una produzione abbondante, per cui il vino fu una merce preziosa, riservata a pochi. Larga fu però la sua destinazione al culto e numerose le feste e le ritualità che ccompagnavano la produzione vinicola.

In Grecia, fin dall’epoca omerica, la “libazione” (versamento di una bevanda per gli dei) fu cerimonia corrente soprattutto in onore dei morti: vino si offriva sulle tombe e con vino veniva spenta, dopo aver bruciato l’intera notte, la pira mortuaria. In alcuni casi, aggiunto a miele, acqua e olio, si destinava il succo dell’uva a rinvigorire il defunto nella sua abitazione sotterranea. Le grandi celebrazioni pubbliche della vendemmia e del vino, in Grecia e a Roma, rappresentavano un rito desacralizzante del prodotto. Esse venivano a cadere in periodi distanti da quelli nei quali da noi si festeggia il vino nuovo, dato che i processi di vinificazione erano diversi da quelli attuali, mancando la fermentazione delle vinacce.

Il vino rimaneva nei “pothoi” e nei “dolia” fino a primavera, quando la fermentazione del prezioso liquido cessava e la feccia era precipitata sul fondo. Travasato un paio di volte, si procedeva all’apertura dei recipienti e alla desacralizzazione della bevanda: al vino, capace di far perdere il controllo di sé e la cui produzione era dovuta agli dei terrestri, veniva attribuito un carattere di impurità e occorreva “purificarlo”. A Roma i contadini si recavano ad un santuario con un’anfora per fare una libazione. Quindi solo allora, il 23 aprile nei “Vinalia priora”, si poteva introdurre in città il vino ormai desacralizzato. Il 18 agosto, nei “Vinalia rustica”, veniva invece impetrata la protezione di Giove per l’imminente vendemmia.

Nell’ambito domestico la celebrazione, quasi certamente di origine arcaica, consisteva nel versare agli dei vino vecchio e nuovo, bevendoli anche entrambi per guarire dai mali o preservarsi da futuri accidenti. “Vino nuovo e vecchio bevo, da malattie nuove e vecchie guarisco” è quanto veniva recitato, come riporta lo scrittore romano Varrone (11627 a.C.). Durante la fermentazione, a seconda del tipo di vino che si voleva ottenere, si addizionavano al mosto miele, sale o acqua salata, uva passita, mosto cotto, erbe aromatiche o medicinali. I Romani di solito bevevano vino diluito con acqua, un po’ per sobrietà e per parsimonia, ma soprattutto perché la bevanda era di forte sapore e quasi sempre ossidata.

Per la liturgia si utilizzava puro succo di uva senza aggiunta di acqua. Agli operai e agli schiavi veniva data una miscela di succo d’uva e vino vecchio inacidito, con aggiunta di acqua salata: la bevanda ottenuta era a basso grado alcolico ma molto tonica per il contenuto salino e assai eccitante a causa dell’acido acetico: per i nostri gusti un’autentica schifezza.  A volte con la fermentazione delle vinacce e aggiunta di acqua si otteneva un vinello leggero, frizzante e gradevole ma di breve durata e quindi non commerciabile. In certi casi, si ricorreva ad una “sofisticazione”: al vino debole o prodotto in vigneti giovani, oltre all’acqua marina concentrata, si aggiungevano resine e gesso.

Nel periodo repubblicano le vigne si estesero e aumentò la produzione e il consumo.  Ancora di più crebbe la produzione di vino in età imperiale: gli agricoltori, costretti a diminuire le superfici destinate alla coltivazione di cereali a causa della crisi innestata dalla concorrenza dei prezzi di altri paesi, le trasformarono in vigneti. La quantità di prodotto divenne notevole, superò la possibilità di consumo interno e diede origine a intensi traffici commerciali. Il Senato arrivò ad emanare leggi per limitare o proibire l’impianto di vigne fuori dall’Italia, rendendo così il territorio della Penisola la grande “cantina” dell’impero. Molto vino venne allora esportato, contenuto in anfore di una forma particolare che consentiva di stivarle nelle navi onerarie. Il commercio impose la necessità di distinguere i prodotti di pregio da quelli di massa con un preciso nome che, come un marchio di fabbrica, riassumesse e garantisse la varietà dell’uva e la zona di produzione. Si affermarono molti grandi vini divenuti celebri, tra i quali il Falerno, l’Amineo, il Sorrentino, il Cecubo, prediletto dall’imperatore Augusto e anche l’Albano proveniente dai nostri Castelli Romani. Il Cecubo proveniva da un impianto di “vitis setina”, che, originaria dell’Agro pontino, ebbe una larga diffusione, come del resto avvenne anche nei secoli successivi per il “bellone”, altro vitigno delle nostre terre. Il Comitato per le attuali celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto – in margine al progetto per la valorizzazione dell’Appia Antica preparato dalla Sovrintendeza – ha proposto di impiantare lungo un tratto della via Appia un vigneto pergolato in cui coltivare antichi vitigni autoctoni.

Per la conservazione e la spedizione del vino, prodotto organico facilmente deperibile, siaffermò l’uso di aggiungere in ogni anfora una misura di piombo, in polvere o in granelli. Tale metallo veniva già in precedenza a contatto con il mosto quando questo defluiva nei tubi di piombo che dal torchio lo versavano nei calderoni, dove avveniva la lenta bollitura tesa ad esaltare il colore, il sapore e la conservazione del succo. Lato negativo era la formazione di acetato di piombo (lo “zucchero di Saturno”), antiparassitario, fungicida e antiacido, quindi con azione conservante, ma altamente nocivo per l’organismo umano. Il saturnismo comprometteva le facoltà mentali, causava una particolare forma di gotta, dolori di stomaco e astenia. Secondo Plinio i Romani consumavano da 1 a 3 litri di vino al giorno, ma nelle feste o nei convivi i boccali non si contavano. In uno dei banchetti che Lucullo (106-57 a.C.) – ricchissimo console e comandane militare – era solito offrire agli amici, pare fossero serviti quattro milioni di litri di vino! Forse  un’esagerazione dello scrittore, ma risulta che la bevanda fosse d’uso comune e gli stessi imperatori l’apprezzavano molto: le cronache riportano che il nomignolo di “Tiberius Claudius Nero” fosse “Biberius Claudius Mero” (da “merum” ossia vino non annacquato); che Caligola fosse un alcolista cronico e Domiziano si lavasse la coscienza sotto una fontana di vino. Anche Nerva era un forte bevitore e come lui Traiano. Dei trenta imperatori romani dopo Augusto fino al 220 d.C. pare che due terzi abusassero del vino e i sostenitori della teoria che vede nell’intossicazione da piombo una delle cause del decadimento di Roma, forse non si sono completamente sbagliati, vista l’usanza di mescolare questo metallo alla bevanda. Certo, molte altre furono le ragioni del disfacimento della potenza di Roma; però un’ intossicazione da piombo e la conseguente alterazione delle facoltà mentali nella classe politica più elevata potrebbe aver contribuito a minare la solidità e la credibilità dell’Impero Romano.

Graziella Grosso Gruppo Archeologico Veliterno