In occasione della ricorrenza dell’8 marzo e del mese dedicato alle donne, il G.A.V. propone in successione il ritratto delle tre donne più importanti di Augusto: la moglie Livia, la sorella Ottavia, la figlia Giulia.

Cominciamo con Livia.

MEZZO SECOLO E PIÙ INSIEME


Di cinque anni più giovane di lui, e sopravvissutagli quindici anni, Livia trascorse con Augusto 52 anni della loro vita. Era nata nella gens Claudia, una delle più antiche, aristocratiche e potenti gentes di Roma.

All’età di 15 anni sposò il suo procugino Tiberio Claudio Nerone (che di anni ne aveva 42). Tutti i Claudii, e quindi anche suo padre e suo marito, convinti idealisti repubblicani, parteggiarono per i cesaricidi. Conseguentemente, fuggirono in esilio al momento delle proscrizioni triumvirali. La coppia poté tornare a Roma solo nel 39, quando Ottaviano e Antonio si riconciliarono per la seconda volta.

E a Roma, tornata la pace, Livia e Ottaviano si incontrano e prendono a frequentarsi. Ad ottobre del 39, il giorno stesso in cui la moglie Scribonia gli partorì la figlia Giulia, Ottaviano divorziò, pretese da Tiberio Claudio che divorziasse anche lui, e sposò Livia che tre mesi dopo partorì il suo secondo figlio Druso. Lui aveva da poco compiuto 25 anni e lei stava per compierne 20.

Tutta l’operazione aveva un evidente valore politico: i Claudii avevano bisogno di Ottaviano per sopravvivere fisicamente e politicamente, e ad Ottaviano conveniva enormemente un’alleanza con i potenti Claudii che si trascinavano dietro le loro fittissime relazioni con le altre famiglie aristocratiche e l’intera classe sociale di sentimenti repubblicani, aristocrazia senatoria in primis.

Dopo il matrimonio con Ottaviano, Livia era rimasta incinta, ma il bambino era morto alla nascita, o forse abortito. Poi non ebbe più figli. Secondo la legge, poteva bastare questo per essere ripudiata come “sterile” (benché avesse avuto tre figli!), ma Ottaviano non lo fece mai, anzi, più in là (nell’anno 9 a.C.), le concesse lo “jus trium liberorum”.

L’ultimo giorno del 33 era scaduto il triumvirato, che non fu rinnovato. Siamo ormai nel 32. La giornata di Azio (2 settembre del 31) e l’occupazione dell’Egitto con il conseguente suicidio di Antonio e Cleopatra, neutralizzati o soppressi tutti i piccoli “eredi” (agosto del 30), mise il punto finale a tutta la vicenda. Ottaviano era ormai l’unico e indiscutibile signore di Roma, anche se odiava farsi chiamare “dominus”. E Livia, a 28 anni, si ritrovava first lady.

Per cominciare, fu sovranamente tollerante di tutte le Brunille e Domitille e Terentille che punteggiavano le notti del marito. Anzi, è giunta fino a noi la voce – non si sa quanto veritiera o quanto malevola – che fosse proprio lei a procurargliene, preferibilmente vergini. Del resto, secondo amici indulgenti, Ottaviano era scusabile perché le sue scappatelle erano in funzione della politica: tenersi aggiornato, tramite le donne, dei progetti dei suoi avversari. Una tale complicità non poteva che rafforzare il legame fra lei e Ottaviano, il quale aveva ancora nelle orecchie le scenate e gli strilli di Scribonia.

Livia si adattò a tutte le inclinazioni del marito, che progressivamente addolcì e mitigò. Così, l’Ottaviano sanguinario e irruento della prima gioventù, andò trasformandosi in un Augusto maturo sempre più clemente e comprensivo. La propensione iniziale ad una certa avarizia (che forse gli veniva dai suoi ascendenti banchieri-usurai) si trasformò in attenta parsimonia, che non escludeva ampie generosità tanto mirate quanto utili. La semplicità vestimentaria della sua infanzia “castellana” si accomodò con le esigenze di rappresentanza di un capo dell’ecumene. La pur mantenuta e preferita frugalità vignarola non escluse la regolata solennità del banchetto pubblico-rituale. E così via.

Impostò in casa una vita virtuosa di moglie fedele e attiva all’antica, modellata sui mores majorum della lunga stagione repubblicana, parsimoniosa, morigerata, rifuggente il lusso e la gratuita mondanità. La sua cultura, la sua ponderazione, la sua lungimiranza, la sua pacata compostezza, la sua capacità di cogliere con obbiettività e distacco fatti e sentimenti la fecero una ascoltata consigliera del princeps che la consultava prima di ogni riunione del “consilium” pur composto da persone fidatissime e competenti. Assunse insomma tutte le caratteristiche di quello che oggi si definirebbe “il potere dietro al trono”, sempre precisa ed efficace, sempre modesta e riservata, mai ostentata né invadente. A poco a poco accondiscese nei limiti del possibile ad accompagnarlo negli spostamenti da una parte all’altra dell’impero, sobbarcandosi a disagi e scomodità inevitabili, pur di non fargli mancare la serenità della sua presenza, delle sue premurose attenzioni, della sua franca e intelligente  conversazione, dei suoi suggerimenti discreti, dei suoi consigli opportuni.

Del tutto naturalmente le furono quindi concessi onori senza precedenti per una donna romana. Ancora giovane sposa, nel 35, Ottaviano suo marito la libera dalla tutela del marito, il che vuol dire che è unica e autonoma amministratrice dei propri beni. Le viene inoltre riconosciuta la sacrosanctitas fino ad allora riservata unicamente ai tribuni della plebe e alle Vestali, in base alla quale qualunque aggressore diventava sacro agli dei inferi, ossia passibile della pena di morte. E infine le si innalzano statue non in spazi privati, come la casa o il sepolcro, ma in luoghi pubblici. E ormai prossimo a morire, agli inizi di settembre del 14 d.C., nel suo testamento Augusto la dota di un terzo dei suoi beni, la adotta come figlia inserendola nella gens Iulia e la nomina pertanto Iulia Augusta. E quando il Senato proclama l’apoteosi (ossia la divinizzazione) del defunto imperatore, Iulia Augusta è nominata sacerdotessa del nuovo culto con diritto all’accompagnamento di un littore.

Alla morte di Augusto e conseguente successione di Tiberio, Livia passò dallo status di first lady di un capo di stato “repubblicano” a quello di regina madre di un imperatore.

Il fatto che al marito Augusto succedesse il figlio di lei Tiberio diede la stura ad una interminabile serie di maldicenze che, pur se pronunciate a mezza voce e con la dovuta prudenza, sono giunte quasi integre fino a noi. La si accusò di avere intenzionalmente, progressivamente e subdolamente fatto perire uno dopo l’altro tutti i candidati alla successione. Il fatto è che si tratta di ben sei persone, che solo una mente diabolica, con la collaborazione di molti superfidati complici, avrebbe potuto eliminare tutti, senza che Augusto ne avesse il minimo sospetto.

Tiberio tentò, senza grande successo, di tenere sua madre lontana dal potere e dal governo, escludendo per lei qualsiasi titolo (come quello di Mater Patriae proposto dal Senato) che potesse anche lontanamente collocarla al di sopra di lui, colmandola però di onori di ogni tipo: splendide monete su cui era raffigurata come la Pietas, o la Iustitia o la Salus Augusta, dedica di templi in cui veniva venerata come Cibele o Giunone, inserimento del suo nome nel Carmen degli Arvali, giochi in suo onore, posto d’onore in teatro, uso del carpentum (il carro coperto fino ad allora riservato solo alle Vestali), incarichi di rappresentanza …

Lei continuò a mantenersi morigerata e salutista, mangiando insalate di enula amarostica e bevendo il sassoso vino pucinum, che per lei era un elisir.

Morì a 86 anni nel 29, quindici anni dopo Augusto. Ai suoi funerali fu assente il figlio Tiberio, mentre ne pronunciò l’elogio il bisnipote Caligola. Le sue ceneri furono deposte nel Mausoleo di Augusto, presso quelle del marito accanto al quale divenne dea (Diva Augusta) tredici anni dopo, nel 42, per decisione di Claudio.

Ciro Gravier Oliviero

Gruppo Archeologico Veliterno

 

Pubblicato sul L’Artemisio di sabato 11 marzo 2017, a pag. 15