Concludiamo il breve ciclo dedicato nel mese delle donne alle tre principali donne di Augusto con l’intervista che sua figlia Giulia ha concesso al nostro giornale.

 

INTERVISTA A GIULIA

 

Signora Giulia, Le sono molto grato di avere accettato di concedermi questa intervista. L’anno scorso, pochi mesi prima che ci lasciasse, il suo Augusto genitore, quando gli chiesi di parlarmi di lei, mi rispose, tra il turbato e il brusco: “Per favore, passi alla domanda successiva” …

 Non mi stupisco. Tanto per cominciare, il mio Augusto genitore, come dice lei, aspettava un figlio maschio e, quindi, non gradì molto che la moglie Scribonia gli scodellasse una femmina, e quella sera stessa, dopo che mi ebbe partorito, la rimandò a casa sua. Ad onor del vero, non posso dire che non mi abbia voluto bene. Mi ha voluto un bene immenso, tanto più che ero l’unica sua figlia legittima. Andava dicendo che aveva due figlie dilette di cui occuparsi: la Repubblica e Giulia. Ma in fondo la sua scelta è sempre stata a favore della prima: la Repubblica, lo Stato, la politica. E per questo, quando l’ho messo dinanzi alla scelta della sua vita: la Repubblica o me, ha preso ad odiarmi tanto, tantissimo.

Insomma, sono cresciuta come un’orfanella, mentre mia madre era viva, ma non mi era permesso di vederla (tranne di tanto in tanto di nascosto, con la complicità di zia Ottavia, che era tornata da Atene) e mio padre sempre in giro per guerre o per politica, che poi erano la stessa cosa. C’erano lunghi periodi, a volte mesi e mesi, che non lo vedevo. Finalmente un giorno tornò dall’Egitto per celebrare il trionfo. La capitale del mondo festeggiava il padrone del mondo e la vittoria e la pace dopo quindici anni di guerra. Venivano lanciati denari con mio padre su una faccia e l’arco con la quadriga sull’altra. A me pareva di vedere il dio Apollo sul carro del Sole passare lentamente sulla via Sacra in un tripudio di trombe e tamburi, di acclamazioni e di luce. Quanta fierezza sentivo nel mio cuore di bambina. Avevo appena dieci anni.

Finita la festa, a spizzichi e a bocconi venni a sapere che, quando avevo due anni, ero stata promessa in sposa a Marco Antonio Antillo, figlio di Marco Antonio, che allora aveva dieci anni. Poi ero stata promessa sposa a un certo Cotisone, re dei Geti, quasi alla fine del mondo. Poi ad un signore che si chiamava Proculeio, un cavaliere allampanato tutto d’un pezzo e con la faccia di cartapecora. Insomma, ero una semplice pedina su una scacchiera della politica di mio padre. I miei interessi, i miei desideri, le mie inclinazioni, meno che meno la mia volontà, non contavano nulla, puramente e semplicemente non esistevano. Finalmente, dopo tanti matrimoni annunciati e mai celebrati, fu deciso che avrei sposato mio cugino Marcello, il figlio di zia Ottavia, che papà, non avendo figli maschi, aveva intenzione di nominare suo erede. E così questa volta il matrimonio si tenne. Io avevo 14 anni e Marcello 17. Fu una cerimonia memorabile allietata da splendidi giuochi, ma anche questa volta papà non c’era: era in Spagna a combattere altre guerre. Le sue veci le fece Agrippa, lo stesso che sposai quattro anni dopo, una volta restata vedova di Marcello, che questo mio nuovo marito doveva sostituire nella successione.

Cominciai a ribellarmi. Agrippa, non c’è che dire, era un brav’uomo, ma anche lui stava più in giro per il mondo che a Roma. A me sarebbe tanto piaciuto restare a Roma, nella nostra magnifica villa a Trastevere. Invece no. Ogni volta dovevo fare i bagagli per stargli appresso: la Gallia, l’Italia, l’Asia Minore, la Giudea, la Grecia, la Campania … Quando tornava a casa, mi metteva incinta, e ripartiva, e io di nuovo appresso. In nove anni di matrimonio, gli ho fatto cinque figli, sparsi per i quattro angoli del mondo: Gaio Cesare, il primo, e Giulia, la seconda, nacquero in Gallia; il terzo, Lucio, in Italia; Agrippina la partorii ad Atene. L’ultimo, Agrippa, nacque postumo.

Comunque sia, mio marito aveva 25 anni più di me. Allora, in sua assenza, cominciai ad invitare giovani maschi che mi piacessero e mi soddisfacessero completamente, nel corpo e nella mente. S’intende che questo va-e-vieni di ragazzi non andava a genio a mio padre che però doveva stare al suo posto perché per legge non dipendevo da lui, ma da mio marito. L’Augusto ipocritamente, si era messo a fare il moralista con le sue leggi all’antica, mentre poi se ne andava a far visita, diciamo così, alle signore dell’alta società allo scopo – si giustificava lui – di carpire nell’intimità quello che macchinavano i loro mariti. Bella scusa! Allora anche io potevo dire lo stesso, solo che invece di consultare le madri, consultavo i figli.

Ma non c’era verso. Restata vedova per la seconda volta, quando non avevo ancora partorito l’ultimo figlio di Agrippa, mi dovetti piegare a un terzo matrimonio. Questa volta non ho dubbi che la tela era stata ordita da Donna Livia, che finalmente poté sistemare  in linea di successione il suo primo figlio Tiberio. Il poveraccio era sposato con Vipsania Agrippina, una dolcissima ragazza di cui era sinceramente innamorato e con cui andava pienamente d’accordo. Ebbene no, dovette divorziare – la povera Vipsania, che era incinta, abortì per il dolore – e sposare me, che ero la figlia del marito di sua madre. Era l’anno 11. Tiberio non mi lasciò sola a Roma, ma mi trascinò appresso a lui come una calda pantofola. La pantofola restò incinta e partorì un bel pantofolino, ad Aquileia. Il pantofolino morì prima di diventare una scarpa, o almeno una caligula. I rapporti tra me e Tiberio si allentarono e si deteriorarono fino a scomparire del tutto: lui non sopportava le mie frequentazioni, io ero annoiata a morte dai suoi predicozzi insulsi. Ma poi chi era lui rispetto a me? Io ero sempre la figlia unica e legittima di Augusto, lui non sarebbe stato mai nessuno se sua madre non avesse sposato, in terze nozze, mio padre, rubandolo a mia madre.

Tiberio pazientò cinque anni. Poi divorziò da me, e si ritirò in aspettativa a Rodi, lasciandomi sola a Roma. Per far questo, trovò il pretesto del mio – come disse – “licenzioso comportamento”.  Io mi sentii assolutamente libera: mi legai particolarmente a Iullo, uno dei figli di Marco Antonio. Iullo si era messo in testa di vendicare suo padre e organizzò un complotto contro il mio. Aveva scritto un poema epico, la “Diomedea”, in cui Diomede (cioè suo padre Marco Antonio) si contrapponeva ad Enea (cioè Augusto). Un bel giorno si intrufolò a palazzo e tentò goffamente di pugnalare Augusto. Non attese la condanna, e si suicidò. L’indomani – era una livida mattina d’autunno – vennero gli sgherri di mio padre ad arrestarmi. Non mi volle neanche vedere. Mi fece consegnare un documento in cui era scritto che il mio matrimonio con Tiberio era considerato come nullo e non avvenuto. Mi fece caricare il giorno stesso sotto buona scorta, con solo quello che avevo addosso, su una nave militare e condurre a Ventotene.

In quell’isola dalla bellezza selvaggia sono restata prigioniera per cinque lunghissimi anni. Io e mia madre Scribonia. Il buon Augusto aveva pensato bene di approfittare della circostanza per sbarazzarsi definitivamente anche di lei, ingiungendole di farmi compagnia. In realtà fu solo allora che madre e figlia poterono conoscersi. Eravamo due vestali: senza uomini, senza vino, senza bigiotteria, senza notizie. Ventotene però non era troppo distante da Roma  e  una notizia mi arrivò, lugubre e terribile e senza dettagli: era morto di malattia a Marsiglia mio figlio Lucio. Allora scrissi una lettera dolce e furiosa insieme a mio padre, nella quale gli indicavo, fra mezze frasi e sottintesi, il mio sospetto che Lucio non se lo fosse portato via la malattia, ma … Per tutta risposta, fui presa, messa su un’altra nave e rinchiusa a Reggio, in fondo alla Calabria, in questa torre sinistra. E qui sto da allora, sempre più sola. Da ultimo, ho saputo dalle guardie che Tiberio mi ha confinato in una sola stanza, come una carcerata. Ne ho dedotto che mio padre deve essere morto da poco, e deve essere morto – chissà quando e chissà dove e chissà come – anche l’altro mio figlio, Gaio, se ora a dare ordini c’è quel vigliacco di Tiberio. Ne ho avuto conferma da una mezza parola di una guardia: pare che vogliono divinizzare l’Augusto, già figlio del divino Cesare. Mi pare mill’anni di incontrarlo nell’altro mondo, e vedere se ha il coraggio, dio o uomo che sia, a guardarmi negli occhi, me, la sua figlia diletta e reietta.

Giulia è morta d’inedia due settimane dopo questa intervista. Aveva 52 anni, di cui gli ultimi tredici trascorsi in prigionia.

Ciro Gravier

Gruppo Archeologico Veliterno

Articolo inviato ma mai pubblicato dal L’Artemisio.