I Romani furono eccellenti costruttori di acquedotti -come del resto di anfiteatri e terme- in tutti i luoghi in cui portarono la loro civiltà. Molti resti di quelle opere hanno resistito allo scorrere del tempo e ancor oggi mostrano la bellezza e la qualità dei manufatti e le eccellenti tecniche di costruzione. Nei casi però in cui non occorresse uno sforzo economico ingente per convogliare l’acqua, anche da grandi distanze, oppure a causa delle difficoltà presentate dal terreno, si costruivano cisterne -più o meno grandi a seconda delle necessità- allo scopo di conservare quanto necessario all’agricoltura, alle esigenze di ville, di piccoli centri abitati o di qualche statio esistente sulle vie di comunicazione. La tecnica costruttiva consisteva in una vasca in calcestruzzo, rivestita in cocciopesto, mentre le pareti erano ricoperte da uno spesso strato di intonaco o anch’esse da cocciopesto,  rendendo così l’opera completamente impermeabile. L’interno era diviso da pilastri che formavano corridoi e sorreggevano arcate e volte, in genere a botte o a crociera. Gli ambienti erano dunque in comunicazione fra loro grazie alle arcate che alleggerivano la struttura, aumentavano la capacità del serbatoio e permettevano all’acqua di mescolarsi e non ristagnare.

Il territorio di Velletri ha conservato alcune di queste cisterne, tra le quali quella della villa degli Ottavi in località Madonna degli Angeli, l’altro nella zona di Troncavia in cui fu rinvenuta la statua della Pallade e un’altra ancora a Rioli, nella proprietà appartenuta al poeta Marinetti. Dalle accurate ricerche eseguite sul territorio dal dott. Manlio Lilli e riportate nella sua esauriente e corposa opera (“Velletri – Carta archeologica”) edita nel 2008, risulta che una cisterna interamente conservata è quella della villa degli Ottavi. Essa è sotterranea, misura m 15,15 x 12,95 e fu realizzata in scaglie di selce; mostra quattro pilastri che reggono degli archi ogivali sopra cinque aperture; l’altezza delle volte dei tre corridoi a botte supera di poco i due metri. Manca completamente il rivestimento di cocciopesto. Attualmente è inglobata in costruzioni moderne, poco rispettose del manufatto.

Di dimensioni minori, m 13 x 12,60, era il serbatoio di Troncavia a quattro navate.

La cisterna di Rioli è di difficile accesso, essendo coperta da rovi e alberi, le cui radici hanno distrutto una parte della volta. Questa opera – piuttosto grande essendo di m 35,50 x 17,70 – ha quattro navate formate da dodici pilastri di m 1,15 x 1,15 che sorreggono tredici archi. L’altezza massima attuale è di circa 3,90. Sulle volte, quasi alle estremità della navata settentrionale, si possono ancora distinguere due aperture, murate in epoche recenti, che si presume servissero per l’afflusso dell’acqua o per l’aerazione.

Nelle vicinanze della via Appia antica sorgono altre due cisterne romane. La prima è quella della Civitana di m 27,90 x 13,40, in località Capanna Murata, che doveva far parte di un complesso pertinente una villa di età imperiale (I sec. a.C. –  III d.C). Già citata dal Volpi nel 1727 e in seguito da altri archeologi, essa conserva solamente i muri perimetrali con contrafforti esterni, presumibilmente uniti in origine da archi come si nota da alcune tracce riconoscibili sui muri. Opera mista in laterizio con rivestimento di cocciopesto, era a due navate.

Veniamo ora alla cisterna denominata Cento Colonne o Cento Archi, situata anch’essa in località Capanna Murata a poca distanza dalla via Appia antica. Si tratta di un manufatto di epoca imperiale che non ha realmente cento pilastri ma trentadue con trentasei arcate: il nome richiama l’imponenza e la grandiosità di questa costruzione. Essa ha, secondo le misurazioni eseguite da Oreste Nardini nel 1929, una lunghezza di m 41,50 e una larghezza di 23,60, con muri perimetrali che raggiungono lo spessore di quasi un metro. I pilastri formano cinque gallerie alte m 4,92, con volta a crociera. Per evitare che negli angoli formati dai muri si depositasse una patina limacciosa, scrive Nardini, essi furono costruiti a forma di guscio.

Un disegno della cisterna è riportato nel Bollettino dell’Associazione Veliterna di Archeologia Storia ed Arte, II semestre 1929. L’opera è dunque ben conosciuta ma non si sa da dove provenisse l’acqua che l’approvvigionava. Si è pensato allo scolo dei fossi o a una sorgente: nel primo caso, però, occorreva provvedere ad una serie di piccole dighe e nel secondo a condutture forzate e bottino di carica, elementi che i Romani non conoscevano. Il Nardini ipotizza l’esistenza di una sorgente lontana, dato che di vicine non se ne conoscono: indica in un cunicolo scoperto presso il castello di S. Gennaro parte di una conduttura per portare l’acqua delle sorgenti situate nelle pendici a levante del lago di Nemi, fino alla cisterna di Cento Colonne. Comunque non c’è nulla di accertato e bisogna dire che nella parte ancora coperta della struttura non esiste traccia di apertura per far affluire l’acqua. La capacità di questo serbatoio è veramente notevole. I calcoli di Nardini, a seguito dei rilievi fatti, portano a stabilire un volume pari a 3.380.520 litri, ossia a 3380,52 metri cubi. Per quanto riguarda la via d’uscita dell’acqua non pare siano rimaste tracce di cunicoli sotterranei o di acquedotti esterni, Esiste solo un’apertura in fondo al corridoio centrale, sulla parete di levante, larga un metro e alta tre. Essa era probabilmente utilizzata per far defluire l’acqua verso la sua meta oppure nel fosso che esisteva in direzione della via Appia antica; altra ipotesi è che l’apertura servisse per vuotare la cisterna in caso di restauri o spurgo: le sue misure ci sembrano troppo grandi per pensare a un allaccio con condutture esterne.Nardini ipotizza  che il serbatoio servisse le zone “dei Monaci”e della Civitana o forse anche l’abitato che doveva sorgere presso le “Incudini”, sempre vicino all’Appia antica, così chiamate per la forma dei resti di un acquedotto ivi esistenti. Date le misure e la capienza della cisterna si potrebbe anche pensare che essa fosse stata costruita per una grande villa romana situata nelle immediate vicinanze e questo si potrebbe appurare con saggi di scavo sul luogo. I resti di una tale villa sarebbero un ulteriore “gioiello” per Velletri, trovandosi così vicino al tratto della via Appia che attraversa il nostro territorio.

La cisterna di Cento Colonne è stata segnalata da Augusto Tersenghi nel 1910 e in seguito sottoposta a vincolo della Soprintendenza nel 1957. Situata in una proprietà privata, è cintata e pertanto non accessibile. Durante sopraluoghi effettuati nel passato dal nostro Gruppo, questo importante e magnifico manufatto è risultato in parte sfondato, probabilmente durante lontani lavori edilizi abusivi, invaso da arbusti e piante e purtroppo deturpato da rilevanti cumuli di immondizie. Corre anche voce che in esso siano stati gettati residui bellici inesplosi della seconda guerra mondiale.

Cisterna di Cento Colonne

Foto Gruppo Archeologico Veliterno, estate 2017

foto Gruppo Archeologico Veliterno_ Estate 2017

foto Gruppo Archeologico Veliterno_ Estate 2017

Anche questo sito, dunque, segue il destino di altri esistenti in Velletri che non siamo capaci di proteggere e valorizzare adeguatamente e che invece meriterebbero di essere degnamente custoditi e valorizzati.

Graziella Grosso, Gruppo Archeologico Veliterno