L’area archeologica più antica e più sacra della città di Velletri, dopo gli scavi del 2005-2006 e del 2014-15, che sono ancora in corso, si è presentata alla popolazione nella sua veste migliore. Tutto il sito è stato racchiuso dentro una bella struttura architettonica in legno, metallo e vetro ed è stato presentato al pubblico con un’apertura straorinaria il 2-3 aprile di quest’anno. Moltissime persone l’hanno visitato e sono rimaste affascinate da come un luogo, ormai ridotto a rudere, possa aver fatto riemergere dalle sue macerie uno spaccato della storia veliterna dall’età del ferro fino ai giorni nostri.

Grazie al lavoro instancabile degli archeologi, all’impegno dell’amministrazione comunale e alla collaborazione del Gruppo Archeologico Veliterno, oggi possiamo leggere questo libro di storia che narra come la nostra città, da un antico villaggio dell’Età del Ferro, si sia trasformata, col passare dei secoli, in una città romana ai tempi dei re Tarquini, per poi essere conquistata dai volsci. Dopo la sconfitta della Lega Latina da parte di Roma, di cui facevano parte Volsci, Latini e Aurunci, nel 338 a.C. VELITRAE subì ulteriori cambiamenti fino a diventare una colonia romana. Il sito archeologico delle STIMMATE racconta, attraverso il ritrovamento dei suoi reperti, i vari momenti di questa lunga storia. Nell’Età del Ferro la popolazione si riuniva intorno ad una capanna di culto, fatta semplicemente di legno e paglia (IX-VIII sec. a.C.), le cui tracce sono evidenti nello strato più profondo del sito. Nel VII-VI a.C. la capanna diventò probabilmente un edificio templare costituito da un’unica cella in conci di tufo e in una successiva fase, ovvero nel periodo di Tarquinio il Superbo (intorno al 530 a.C.), un tempio ad alae, con dimensioni quasi doppie rispetto al precedente, con acroterio centrale costituito da due volute, acroteri laterali con sfingi, antefisse a testa femminile alternate a gocciolatoi a testa leonina e lastre decorative di terracotta lungo i lati lunghi e sui rampicanti. Il tempio del 530 è di tipo etrusco – italico. Dopo il 338 a.C. il tempio subì una parziale distruzione e un livellamento degli strati, con la dispersione dei doni votivi, quasi ad esprimere una volontà di porre fine ad un passato che non doveva aver niente in comune con la nuova dominazione romana. Ma da che cosa di deduce che il luogo avesse avuto attraverso i secoli questa sua funzione sacra? Il ritrovamento degli ex-voto anatomici in terracotta, di vasi più o meno grandi di periodi diversi e la presenza di depositi votivi ci fanno pensare che questa area, che si affaccia dall’alto sulla Pianura Pontina e spazia fino al mare, avesse un rapporto privilegiato con la natura circostante e che il rapporto tra la divinità e l’uomo assumesse qui una grande spiritualità, tanto che è vero che il sito non fu mai abbandonato e, che in epoche successive, fino ad arrivare ai giorni nostri, sullo stesso luogo del tempio etrusco – italico, frequentato fino alla prima età imperiale, fu costruita, forse per cancellare ogni traccia di paganesimo, la chiesa delle Santissime Stimmate di S. Francesco, che, ampliata nel XV^ sec., fu dedicata nel 1602 alla Madonna della Neve.

Proprio durante i restaurai della chiesa e i lavori di ristrutturazione dell’oratorio attiguo alla chiesa, effettuati nel 1784, fu rinvenuto un gruppo di lastre di terracotta insieme ad altre terrecotte architettoniche appartenenti ad un tempio tardo – arcaico e confluite nella grande collezione del Card. Stefano Borgia. La bellezza e la maestria nella lavorazione di questi elementi decorativi di stile etrusco, fanno pensare che ci sia stato un tempo, cioè l’ultimo periodo della monarchia dei Tarquini a Roma, in cui il tempio si affacciasse con tutta la sua bellezza sulla pianura sottostante, come un invito della divinità ai suoi fedeli.

Per finire questa storia, lunga quasi tre mila anni, possiamo dire che la chiesa fosse ancora consacrata nel 1917, ma poi divenuta un rudere, stava quasi per esser venduta, finchè provvidenzialmente sono sopraggiunti il blocco della Soprintendenza per i Beni Culturali del Lazio e l’acquisizione dell’area da parte dell’Amministrazione Comunale e alla fine degli anni ‘80sono cominciate le prime campagne di scavo, seguite da altre che hanno restituito alla città uno dei suoi siti archeologici più importanti.

Con la consulenza di Enrico Strini socio del Gruppo Archeologico Veliterno.

Luciana Magini

Pubblicato sulla rivista LO SPERONE di Rocca Massima, Mensile dell’Associazione culturale “Mons. Giuseppe Centra”; Sabato 4 Giugno 2016; pagina 3.