Sabato 11 marzo abbiamo presentato il ritratto di Livia. Oggi presentiamo quello di Ottavia redatto per il nostro giornale da suo fratello Ottaviano Augusto.

 MIA SORELLA OTTAVIA

Quando nacqui, nel 63 a.C., avevo già una sorella, di nome Ottavia, nata a Nola sei anni prima. Entrambi poi avevamo una sorellastra, anche lei Ottavia, nata dal precedente matrimonio di nostro padre. Nostro padre morì quando io avevo quattro anni. Nostra madre Atia, restata vedova, si risposò con Lucio Marcio Filippo, il quale aveva già due figli (Marzio e Marzia). Così, loro due, più Ottavia la sorellastra, più Ottavia la sorellona più io facemmo una squadra di cinque piccole e meno piccole pesti – “la banda dei cinque”, come ci chiamavano – prima di prendere ciascuno la propria strada.

I primi anni di vita comune in questa grande famiglia allargata era Ottavia che si curava di me, come una brava mammina. Fu lei la mia compagna preferita di giochi e di scorazzate nelle campagne tra Velletri, Ariccia e Ulubre. Spesso ci parlavamo in greco, per fare gli esercizi di lingua che ci assegnava il nostro pedagogo. Fu lei che mi insegnò ad andare a cavallo. Era un carattere indipendente, era volitiva e leale; vivace, intelligente e molto graziosa, dai lineamenti fini e i lunghi capelli ricci, che spesso annodava a trecce sbarazzine.

Non aveva ancora 15 anni quando fu data in sposa a Gaio Claudio Marcello, che aveva 34 anni e apparteneva al ramo plebeo della potente gens Claudia, ed era oppositore di zio Cesare. Sapevamo che era stato proprio “lo zione” a combinare questo matrimonio nella speranza che i Claudii cessassero di remargli contro, ma poiché questo non successe ed anzi, proprio Gaio, mio cognato, non la smetteva, allora quando, nel 54, Pompeo restò vedovo (era morta di parto, a 22 anni, Giulia, la figlia dello zio!), lo zio, per mantenere viva la parentela, gli propose di sposare Ottavia, che avrebbe dovuto divorziare dal marito. Figurarsi Ottavia! Non ci fu verso: No, no, e no, Gaio è mio marito e Gaio mi tengo! Gaio morì alla fine del 41, mentre Ottavia, che aveva 28 anni, aspettava il terzo figlio, che poi fu una femmina (Claudia Marcella Minore). Gli altri due erano Claudia Marcella Maggiore e Marco Claudio Marcello.

Ma nel frattempo era cambiato tutto. Zio Cesare era stato assassinato, ed io mi ero gettato nella bufera della sua eredità politica. Con Antonio, che era anche lui rimasto vedovo di quell’arpia che era Fulvia, mi ero provvisoriamente riappacificato e allora volli che senza perdere tempo i due – cioè lui e Ottavia – si sposassero, senza neanche aspettare che Ottavia partorisse: tanto si sapeva che il nascituro era figlio di Gaio.

Antonio si portò appresso la figlia che aveva avuta da Antonia Ibrida e i due che aveva avuto da Fulvia, Marco Antonio detto Antillo e Iullo Antonio, rispettivamente di 12, 6 e 5 anni. Si ricostituì la “banda dei cinque”, che divennero subito sei con la nascita di Claudia Marcella Minore. E poi diventarono otto, con le due figlie, Antonia Maggiore e Antonia Minore, nate dalla coppia nel 39 e nel 36.

Ottavia aveva un bel da fare a stare dietro a questa ingovernabile marmaglia composta da tante canagliette tutte diverse per carattere e inclinazioni. Per questo era molto e universalmente stimata: aveva avuto il coraggio di tener testa al quasi onnipotente zione che la voleva far sposare con Pompeo, era stata fedele al primo marito ed ora era fedele al secondo, che non lo meritava proprio, e si stava prendendo cura di tutti i figli suoi e non suoi che le erano piombati in casa.

L’unica distrazione che si era concessa era stata l’acconciatura dei suoi bellissimi capelli biondo scuri, per i quali aveva mobilitato la migliore ornatrix  di Roma. Era una pettinatura complicata che lei si poteva permettere senza ricorrere a parrucche o toupets perché aveva capelli folti e molto lunghi. Si faceva fare un nodus, cioè un grosso boccolo a forma di cuscinetto, al centro della fronte, fra due scriminature, che era raccordato ad un tuppo di trecce sul dietro mediante un’altra larga treccia, e le ciocche ai lati del viso, arrotolate e rivolte verso la nuca.

Anche io avevo un bel da fare perché Antonio, dopo che insieme ci eravamo liberati dei congiurati, aveva ricominciato a fare con me il solito doppio gioco, e si era messo con Cleopatra, che gli aveva scodellato due gemelli. Arrivò al punto di provocarmi pretendendo soldi e legioni per fare le sue guerre in Oriente: l’Armenia, la Media, la Libia, la Cirenaica, i Parti … Ottavia, che voleva a tutti i costi salvare il suo matrimonio e mettere pace fra me e il marito, mi convinse a permetterle di fare lei il viaggio, con i soldi, e a capo delle truppe!, come fosse la cosa più naturale del mondo. Glielo permisi sia perché altrimenti non me lo avrebbe perdonato mai sia perché prevedevo che Antonio, non aspettandosi un tal gesto né da parte di Ottavia né da parte mia, avrebbe fatto il passo falso che io attendevo. E questo avvenne puntualmente. Giunta ad Atene, Ottavia trovò ad aspettarla una delegazione di eunuchi egiziani con una lettera di invito di Antonio a fare dietrofront. Ottavia ne fu, ovviamente, addoloratissima. Ciononostante, consegnò i soldi e le legioni. E tornò a Roma. Era l’anno 35. Allora le proposi di venire ad abitare a casa mia; ma lei, come aveva fatto con lo zio, disse di no anche a me: non volle lasciare la casa coniugale e i ragazzi, anche perché, comunque, Antonio era ancora suo marito. E questa cosa andò avanti fino al 32, quando Antonio le inviò la lettera di divorzio. Questo gli alienò molte delle simpatie su cui ancora poteva contare a Roma.

Nel frattempo Antonio aveva fatto le sue guerre. Nel 34 aveva vinto e annesso l’Armenia. Ma l’aveva annessa all’Egitto, e non allo Stato Romano! E, sempre in Egitto, ad Alessandria, e non a Roma celebrò il suo trionfo, trascinando il re armeno in catene dietro al suo carro. Dopo di che, i due “dei”, insieme ai figli vestiti da monarchi, si recarono al Gymnasium e Antonio-Dioniso procedette alle cosiddette “Donazioni di Alessandria”. Dall’alto di un trono d’oro proclamò che Cleopatra VII, che assumeva il titolo di Regina dei Re, era la regina dell’Egitto, di Cipro, della Libia e della Siria centrale; che Cesarione (il figlio che zio Cesare aveva avuto da Cleopatra e che, per l’occasione, era vestito da Horus, il figlio di Iside) diventava erede legittimo di Cesare, co-reggente della madre Cleopatra, col nome di Tolomeo XV e il titolo di Re dei re e Re dell’Egitto; che dei due gemelli l’uno, Alessandro Helios, diventava re dell’Armenia, della Media e dei Parti, e l’altra, Cleopatra Selene II, diventava regina della Cirenaica e della Libia; che, infine, l’altro figlio suo e di Cleopatra, Tolomeo Filadelfo, era re della Fenicia, della Siria e della Cilicia. Insomma, lo Stato romano perdeva immensi territori conquistati con enormi sacrifici nel corso di secoli a favore di stranieri e senza l’autorizzazione del Senato e del Popolo di Roma. E poi io non potevo sopportare che un figlio naturale di Cesare venisse proclamato, contro di me, erede legittimo di Cesare che invece mi aveva formalmente e ufficialmente adottato. Ad Azio sbaragliai la flotta nemica, e poco dopo Antonio e Cleopatra tolsero l’incomodo e si uccisero. Abbandonai Cesarione diciassettenne al suo triste destino, e portai a Roma con me i tre piccoli figli di Antonio e Cleopatra, i re in miniatura. Avevo trionfato totalmente su tutti i miei nemici ed ero ormai l’unico indiscusso capo dell’impero. Ma Ottavia trionfò a sua volta su di me e, sono sicuro, su se stessa, e volle assolutamente accogliere a casa sua i tre ragazzini. L’asilo cresceva ancora. Poi cominciarono a partire …

Ma il dolore più grande e insanabile per Ottavia, e per me, fu la morte di Marcello. Essendo l’unico maschio della nostra famiglia, gli avevo dato in moglie mia figlia Giulia: così mi era nipote e genero insieme. Ma io lo amavo come un figlio. La mia idea era che mi succedesse al governo dello stato. A 19 anni morì di una rapida malattia che neanche il miglior medico di cui disponevamo riuscì a guarire. Gli facemmo funerali sontuosi, lo seppellimmo nel Mausoleo che mi ero costruito per me, gli dedicammo un teatro e una biblioteca, ma a che serviva? Lo avevamo perduto! Virgilio lo rappresentò ancora da venire nel suo poema, e quando ci lesse i suoi bellissimi versi, Ottavia svenne dallo strazio.

Non si riprese più. Da allora si chiuse in se stessa, attendendo la morte, che me la portò via l’anno 11. Aveva 58 anni. Feci deporre le sue ceneri accanto a quelle di Marcello.

a cura di Ciro Gravier

Gruppo Archeologico Veliterno

Articolo pubblicato sulla testata locale del L’Artemisio Sabato 18 marzo 2017, pag. 19