L’ERUZIONE DEL 79 d.C.

Quando Tacito, nello scrivere le sue Storie, giunse all’anno 832 di Roma (il 79 d.C.), come era suo costume, intraprese a raccogliere tutti i documenti e le testimonianze di coloro che ancora erano in vita. Spedì quindi una lettera al suo amico Caio Cecilio (Plinio il Giovane) perché gli raccontasse dettagliatamente la catastrofica eruzione del Vesuvio nel corso della quale era morto lo zio Caio Plinio (Plinio il Vecchio), in quel momento comandante della flotta romana di stanza a Miseno. Plinio rispose con ben due lettere che ci sono pervenute integralmente nelle numerose trascrizioni degli amanuensi medievali. In una di queste leggiamo: “Era a Miseno al comando della flotta. Il nono giorno prima delle Kalende di settembre, intorno all’ora settima, mia madre gli mostra una nube di forma e grandezza mai vista …” (Erat Miseni classemque imperio praesens regebat. Nonum Kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie). La settima ora corrisponde a poco dopo mezzogiorno, e il nono giorno prima delle Kalende di settembre è il nostro 24 agosto. Per secoli, dunque, si è ritenuto che l’eruzione fosse cominciata il 24 di agosto dell’anno 79 d.C. Tuttavia, dagli scavi venivano fuori, una dopo l’altra, delle cose che non collimavano con la fine di agosto: anfore con succo di uva avviato alla fermentazione, noci, fichi secchi, melograni … Infine, il 7 giugno del 1974, scavando nella casa del Bracciale d’oro, spunta fuori una moneta con l’iscrizione IMP TITVS CAES VESPASIAN AVG P M TR P VIIII IMP XV COS VII PP: Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto Pontefice Massimo anno nono di tribuno della plebe quindicesimo da imperatore settimo da console Padre della Patria.  L’anno del 7° consolato di Tito è indubbiamente il 79. Il nono anno della potestà tribunizia era iniziato il 1° luglio, ma il 15° anno di impero datava solo dall’8 settembre. La moneta era stata coniata a Roma indubbiamente in occasione dell’inizio del 15° anno di impero o, più esattamente, della 15a salutatio imperatoria, avvenuta l’8 settembre: come poteva dunque trovarsi a Pompei che a quella data doveva essere stata completamente seppellita da almeno 15 giorni, se l’eruzione era avvenuta il 24 agosto? Abbiamo dunque la prova che la data fornita da Plinio non è esatta. Ma in realtà, quella data non è quella fornita da Plinio, ma dagli amanuensi medievali. In molti codici infatti troviamo altre date. La conclusione evidente è che Plinio aveva scritto non “il nono giorno prima delle Kalende di settembre”, ma assai verosimilmente “il nono giorno prima delle Kalende di novembre” (Nonum Kalendas Novembres): il 24 ottobre. Questo concorda sia con la moneta che con le anfore col succo di uva avviato alla fermentazione, le noci, i fichi secchi, i melograni … Lo zio aveva fatto prima un bagno di sole poi di acqua fredda, quindi uno spuntino e stava su una sdraio a studiare quando la sorella gli venne a parlare della nube. Lui, che era un appassionato studioso di fenomeni naturali, andò subito su un’altura a veder meglio quella strana nube che si alzava a forma di pino dall’altra parte del golfo. Volendo capirne di più, ordinò che si allestisse una liburnica (una nave veloce), ma mentre stava uscendo di casa per recarsi al porto, gli consegnarono un messaggio di Retina, moglie di Casco, che lo scongiurava di correre a salvarla.  “Egli allora cambia progetto e ciò, che aveva incominciato con spirito di studioso, rivolge alla cosa più importante. Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per portare soccorso non solo a Retina ma a molta gente, poiché quel litorale per la sua bellezza, era densamente abitato”. Più si avvicinavano, e più erano investiti da una pioggia di cenere ardenti e pietre. E incorrono in un bassofondo inatteso (vadum subitum): la spiaggia era diventata irraggiungibile per le frane della montagna. Dopo un attimo di perplessità, ordina al nocchiero di dirigersi verso la villa di Pomponio, a Stabia (dove morirà). Gli scavi hanno fatto emergere centinaia di scheletri e di calchi specialmente a Pompei, ma non se n’erano trovati ad Ercolano fino a che non si scavò negli anni 80 del secolo scorso nelle Terme suburbane presso l’antico porto. E di scheletri, solo lì, se ne contarono 300. Si lesse allora con un po’ più di attenzione la relazione di Plinio e ci si imbatté  in quell’inatteso bassofondo che aveva impedito alle quadriremi del vecchio generale di raggiungere la riva. Non ci poté arrivare lui, non potettero partire loro. Il terremoto in corso aveva sollevato il fondo del mare. Gli scavi hanno fatto emergere centinaia di scheletri e di calchi specialmente a Pompei, ma non se n’erano trovati ad Ercolano fino a che non si scavò negli anni 80 del secolo scorso nelle Terme suburbane presso l’antico porto. E di scheletri, solo lì, se ne contarono 300. Si lesse allora con un po’ più di attenzione la relazione di Plinio e ci si imbatté  in quell’inatteso bassofondo che aveva impedito alle quadriremi del vecchio generale di raggiungere la riva. Non ci poté arrivare lui, non potettero partire loro. Il terremoto in corso aveva sollevato il fondo del mare. Pompei ed Ercolano distano 15 km l’una dall’altra, ma il Vesuvio riservò loro un ben diverso trattamento. Pompei fu sepolta da una pioggia di pomici, ceneri e lapilli. Ercolano invece fu investita da quello che in gergo viene chiamato “flusso piroclastico”: la nube collassò e si precipitò sull’abitato a velocità di oltre 100 km/h con tutta la sua micidiale mistura di materiale rovente e gas velenosi.

Testo a cura del socio Ciro Gravier 

OPLONTIS

Per poter godere della bellezza degli affreschi della villa romana di Oplontis, bisogna tener presenti le correnti pittoriche che dal I sec. a.C. in poi si sono avvicendate nella villa:

Primo stile – decorazione pittorica parietale ( III – inizi I sec. a.C.) detta anche “strutturale”, che imita elementi architettonici realizzati in stucco e ornati ad imitazione del marmo, formando lastre marmoree isodome a filari alterni come nell’opus quadratum. Questo stile manca ad Oplontis.

Secondo stile –  ( inizi I sec. – 20 a.C.) detto anche “architettonico”, con impostazione prospettica di archi, colonne, edicole, piccoli quadri che sembrano appesi al muro. Con questa tecnica si sfondano artificialmente le pareti, raffigurando paesaggi al di là di esse. Lo spazio della stanza ne risulta rimpicciolito, se gli elementi dipinti si fingono aggettanti o ingrandito se le prospettive lo fanno allusivamente dilatare (atriumtriclinium– salone con tripode – salone con maschera tragica – viridarium – piscina).

Terzo stile – età augustea-  (20 a. C. 50 d. C.) detto anche “ornamentale” o “della parete reale” perché, rinunciando alle complesse prospettive e limitandosi a pochi elementi architettonici, divide la superficie in senso verticale e orizzontale mediante elementi architettonici o vegetali o lineari, al centro dei quali sono motivi decorativi e pannelli figurati (calidarium – porticato ).

Quarto stile – età claudio-neroniana- (dalla seconda metà I sec. d.C.) detto anche “fantastico”che amplifica la fantasia architettonica del secondo stile ma più ricco, fastoso, quasi baroccheggiante. Corrisponde ad un gusto nuovo della committenza neoricca che fa sfoggio dei propri mezzi finanziari con l’esuberanza della decorazione, spesso priva di misura e di equilibrio. Effetto cromatico più contrastato e vivace. (tepidarium – peristilio interno – corridoio con panche – larario).

Non sempre è facile definire i vari stili con precisione, in quanto spesso uno  confluisce nell’altro o ci sono delle contaminazioni tra di essi. Mentre le pitture delle case di Pompei e di Ercolano, staccate durante gli scavi, sono riunite in alcune sale del Museo Archeologico di Napoli, quelle di Oplontis sono rimaste in situ e danno una visione completa della bellezza e della ricchezza delle pitture di questa villa.

VILLA DI OPLONTIS

Il toponimo della villa è riportato unicamente nella Tabula Peutingeriana, antica mappa delle vie che attraversavano le regioni dell’impero, ma la tradizione vuole che sia appartenuta a Poppea, moglie di Nerone. La villa fa parte di un ampio centro suburbano periferico, sottoposto amministrativamente a Pompei e caratterizzato da alcune ville, di cui quella cosiddetta di Poppea era un grandioso e lussuoso complesso a carattere residenziale, mentre la villa di L: Crassus Tertius era un’azienda agricola. La villa di Poppea, messa in luce, in modo sistematico,tra il 1964 e il 1984, dopo che per secoli era stata depredata di tutti gli oggetti preziosi, costituisce il classico esempio di villa utilizzato per il riposo e la villeggiatura (otium), non lontano dal mare. Era in fase di ristrutturazione, quando avvenne l’eruzione del 79 d.C.,( che distrusse e seppellì anche Pompei, Ercolano e Stabia), in quanto già lesionata dal precedente terremoto  del 62. Seneca ci informa su questo devastante terremoto avvenuto il 5 febbraio del 62, che colpì gran parte della Campania e in particolare ebbe come epicentro Pompei ed Ercolano, mentre altre città come Nocera, Napoli e alcune ville del suburbio furono danneggiate in modo meno disastroso. Che non fosse abitata e che ci fossero lavori in corso è testimoniato dal fatto che sono stati rinvenuti materiali da costruzione, colonne di marmo e statue e non ci sono state vittime. Su Oplontis i depositi delle varie fasi dell’eruzione del 24 agosto del 79 risultano formati da quattro strati di lapilli, alternati a tre di ceneri, per un’altezza complessiva di due metri; segue uno strato di fango solidificato spesso 5 metri, sul quale nel corso dei secoli, si è depositata una coltre di humus alta un metro e mezzo. In questo modo la villa e le sue pitture si sono salvate, anche se  solo una parte di essa è stata portata alla luce, in quanto la parte ovest della villa si trova sotto le costruzioni più recenti. Nonostante manchino notizie sicure sulla datazione della villa, l’analisi delle strutture murarie consente di far risalire la sua fondazione al I sec. a.C. Il corpo più antico dell’edificio appare realizzato in opus incertum, mentre le parti più recenti sono in opus reticulatum (I sec. d.C.). Anche dalle pitture murali, si possono ricavare elementi di datazione. Manca il primo stile, mentre sono presenti il secondo, il terzo e il quarto stile. Nel suo impianto architettonico la villa presenta un corpo centrale più antico, disposto sull’asse nord-sud, e due settori distinti a ovest e ad est. Nel settore occidentale, dove si trovano i locali più signorilmente curati e decorati, doveva svolgersi la vita dei proprietari. La sezione est era invece destinata ai dipendenti e alle attività produttive. L’accesso principale in origine era costituito dall’atrio, rivolto a sud, dalla parte del mare. Si tratta di un atrio tuscanico, cioè privo di colonne, con vasca centrale per la raccolta delle acque. A destra e a sinistra dell’atrio, ci sono due sale decorate con preziose decorazioni pittoriche. C’è inoltre la cucina ben conservata, anche se senza i necessari arredi, perché la villa era disabitata, le terme private, il triclinio, il salone di rappresentanza con la raffigurazione del tripode delfico, un atrio tetrastilo con fontana circolare. Nel settore orientale, riservato alla vita quotidiana dei dipendenti e alle attività lavorative, troviamo un peristilio rustico, un larario, per il culto delle divinità domestiche, un deposito per derrate alimentari, una latrina, un lungo androne con ampi banconi lungo le pareti. Il monumentale ingresso a nord, che è il primo che si incontra, entrando nel sito, fa parte degli ultimi ampliamenti della villa ed è formato da quattro pilastri a cui fanno ala due lunghi porticati su cui  si affaccia  un grande giardino ( viridarium) e nella zona orientale si trova una serie di piccoli giardini, sale decorate con motivi floreali e una grande piscina (61×17 m.), inserita in un contesto naturalistico di prati ed alberi, con statue di marmo bianco. Lungo il lato ovest della vasca in origine c’era un porticato e diversi ambienti. Per vedere meglio i particolari delle pitture che sono curati con estrema precisione, è il caso di portarsi un piccolo binocolo da teatro.

Testo a cura della socia Luciana Magini 

 

Oplontis

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