In questi giorni si sta parlano molto dell’Anfiteatro di Velletri dove la curva descritta dagli edifici di piazza Mazzini fa supporre la sua esistenza, citato in una lapide rinvenuta nel 1564 forse sotto la torre dei Foschi, in via Furio, che ne commemora il restauro avvenuto tra il 364 e il 367 a spese del principalis curiae (=capo e rettore del Senato) Lollius Cyrius. Riportiamo un articolo pubblicato nella nostra Rubrica periodica gentilmente ospitata sul L’Artemisio, nel novembre del 2014.

L’ANFITETATRO  DI  VELLETRI

Nel nostro Museo Archeologico è esposta una lastra del IV secolo d.C., rinvenuta in nove frammenti intorno alla metà del  500,  presso la Torre dei Foschi (nella strada che oggi ha il nome di via Furio), durante i lavori di scavo per la costruzione del palazzo dei Priori (oggi Palazzo Comunale). L’iscrizione in marmo fa riferimento al restauro dell’anfiteatro romano di Velletri eseguito nel periodo tardo imperiale.

Ascanio Landi, nel 1564, fu il primo storico a lasciare memoria, contemporanea, di quel marmo inciso, da lui stesso ispezionato, ritrovato “sotto la Torre di Messer Theofilo Fosco”: «…L’epitafio l’ho notato con molta fatiga, poiché la negligenza di chi può, tiene ascosa così degna memoria, sotto quelle antiche ruine, la quale per ornamento della città dovrebbe esser tolta di sotto terra, e messa in luogo aperto e publico…».

Nell’iscrizione tra l’altro si legge, in un latino più volgare che classico: «… Lollius Cirius principe della curia fece fare 12 piloni a proprie spese/ per ripristinare nel primitivo aspetto l’anfiteatro cadente in rovina/ con le porte posteriori e l’intera arena…»; l’indicazione degli allora imperatori  Valentiniano e Valente ci informa inoltre sulla data del restauro, che si pone fra il 364 e il 375 d.C.

Tra i numerosi storici, scrittori e studiosi che successivamente trattarono l’argomento o ne fecero menzione, è interessante ricordare il veronese Scipione Maffei: nel 1728 egli scriveva che, se in ogni città ci fosse stato un anfiteatro, non sarebbero state così rare le lapidi che ne fanno riferimento;  e aggiungeva «Due n’ho osservate ne libri che ne fanno menzione in Lucoferonia e in Velletri» (“Degli anfiteatri, e singolarmente del veronese, libri due”). E Clemente Cardinali nel 1823 quasi esclamava «Questa rarissima lapida anfiteatrale è il più bel monumento antico di cui possa vantarsi Velletri …»(“Iscrizioni antiche veliterne”).

È noto che l’anfiteatro rappresenta uno dei monumenti-simbolo della civiltà romana.  I Romani infatti, grandi costruttori di strade, di acquedotti, di ponti, di terme, costellarono il loro vasto impero anche di circhi, teatri e anfiteatri. Questi ultimi, diversi e distinti dal teatro per architettura e per funzione, furono dapprima costruiti in legno, poi in muratura (il primo di questo tipo a Pompei, nel I secolo a.C.). Di forma solitamente ellittica e con la cavea (spazio destinato agli spettatori) disposta tutt’intorno all’arena (luogo dove si disputavano i combattimenti), l’anfiteatro accoglieva spettacoli e ludi di antichissima origine, che probabilmente è da ricercarsi in combattimenti organizzati in onore del defunto dopo i funerali a lui dedicati.

Vitruvio nel  ‘De architectura’ usò per primo il termine ‘amphitheatra’,  ma fu Ottaviano Augusto che nelle  Res Gestae associò il nome dell’edificio ad alcuni giochi, in particolare alle ‘venationes’ (spettacoli di caccia simulata o reale) da lui elargite ventisei volte al popolo, esibendo belve provenienti dall’Africa e uccise in gran numero nel corso delle stesse. Oltre alle  venationes, gli anfiteatri offrivano al pubblico – che spesso vi trascorreva l’intera giornata – ogni altra sorta di  ‘intrattenimenti’,  per lo più cruenti: dalle varie forme di combattimenti gladiatorii  alle più complesse ‘naumachie’ (battaglie navali nell’arena inondata d’acqua).

Gli anfiteatri noti in tutto l’Impero sono circa 230. Di essi restano ancora cospicue testimonianze in molte parti del mondo (da quello di Durazzo in Albania a quello di Arles in Francia, a quello di El Jem in Tunisia, ai numerosi in Italia), ma in altri casi non ne restano più tracce visibili; comunque non tutte le città dovevano esserne dotate.  Eppure la Velitrae romana, l’odierna Velletri, tra i suoi edifici più antichi vantava anche un anfiteatro! Jean-Claude Golvin  – tra i più recenti specialisti in materia – nel 1988 classificava quello di Velitrae tra gli “anfiteatri non ben conosciuti”, insieme a quelli di  Sinuessa, Spello, Circeo ed altri, corredandolo tuttavia di alcuni dati sulle sue dimensioni: 125 m. l’asse maggiore della cavea, 117 m. l’asse minore della stessa, 11486  mq. la superficie totale, 380,1 m. il perimetro esterno. Misure che coincidono con una delle ipotesi di calcolo elaborate dal Nardini nel 1930 e che, sia pure parziali, danno l’idea di dimensioni paragonabili all’incirca a quelle dell’anfiteatro di Arles o di Leptis Magna e che possono fare ipotizzare una capienza di almeno 8.000-10.000 spettatori. Quindi, in tal caso, sarebbe stato un anfiteatro di considerevoli dimensioni che, probabilmente, accoglieva il pubblico dal vasto territorio afferente al municipio di Velitrae, se non anche da territori limitrofi: l’annuncio dei ludi doveva avvenire secondo modalità stabilite da leggi locali che ne regolavano, come in ogni città, lo svolgimento. L’ubicazione del nostro anfiteatro è stata individuata nell’area a ridosso di piazza Mazzini, delimitata dalle attuali vie San Crispino e San Francesco e vicinissima al Foro. Una traccia della sua antica esistenza, percepibile da chiunque si trovi a passare nella zona, è il percorso curvilineo di tali vie, molto simile a quello di alcune strade di altre città, come Firenze ad esempio, strade in cui l’edilizia urbana nel corso dei secoli si è sovrapposta al tracciato murario dell’anfiteatro preesistente. Altre tracce sono state individuate in alcuni ambienti sotterranei della zona, in cui compaiono mura massicce e non giustificate dalla tipologia degli edifici sovrastanti. È molto verosimile che il materiale usato per la sua costruzione – peperino e sperone locale – sia stato poi riutilizzato per la costruzione di altri edifici posteriori e del teatro della Passione.

Non si sa quando l’anfiteatro di Velletri sia stato edificato, se in tarda età repubblicana o all’inizio dell’impero (si può immaginare che proprio Ottaviano Augusto l’abbia donato alla città cui era legato) o in età antonina, come ipotizzato dal Bauco. È certo però che sul finire del IV secolo d.C., un personaggio pubblico di Velitrae provvide a proprie spese al suo restauro, agendo ‘controcorrente’ rispetto a ciò che accadeva altrove. Contemporaneamente infatti, in molte altre città, cominciava a decadere quel genere di giochi insieme alle grandi architetture che li avevano ospitati, vuoi per la diffusione del Cristianesimo, ostile a tali spettacoli, vuoi per la crisi delle finanze pubbliche e delle elargizioni private che li sostenevano.  In quel restauro forse è da cogliere un segno della vitalità e della vivacità che la nostra cittadina in quel periodo ancora manifestava! Così come nella tesi di laurea discussa di recente dal dott. Luca Sgambetterra, presso  la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dal titolo “L’anfiteatro romano di Velletri: ipotesi di conservazione e valorizzazione”, è da cogliere un segno dell’interesse che suscita altrove il passato della nostra città, che dovrebbe essere un monito per tutti noi.

Renata Belli, Gruppo Archeologico Veliterno

L’articolo è uscito sul L’Artemisio il 22 novembre 2014.

Un grazie a Rocco Della Corte, per correttezza citiamo anche il suo articolo: L’anfiteatro Romano: un’ arena di 10.000 posti a testimonianza della grandezza della città. piazza-mazzini pzza-mazzini-g_e