20 Maggio si celebra la #Giornata Mondiale delle API, data scelta dalle Nazioni Unite nel 2017  poiché coincide con la data di nascita di Anton Jansa (1734-1773), che nel XVIII secolo fu un pioniere delle tecniche di apicoltura moderne nel suo paese natale, la Slovenia.

pittura rupestre nella Cueva de la Araña, presso Valencia

Prima dell’apicultura, ci fu la raccolta del miele. Una pittura rupestre nella Cueva de la Araña, presso Valencia, in Spagna, risalente a 7-10 mila anni fa, mostra una persona (forse una donna) che si arrampica su delle liane per raggiungere uno sciame che si trova in una cavità della roccia: spruzza con la destra del fumo per stordire le api che le girano intorno. L’intento è di raccogliere il favo di miele che deporrà nel paniere che regge nella sinistra. Siamo nel Mesolitico, il periodo di passaggio tra il Paleolitico e il Neolitico: l’uomo è ancora un cacciatoreraccoglitore, ma si avvale di tecniche più evolute (l’uso del fumo) e di utensili più raffinati (il paniere). Si può supporre che sia stato l’orso a fornire all’uomo la curiosità di sapere che cosa l’animale cercasse in mezzo a tutti quegli insetti, quindi di avere trovato dolcissima quella strana sostanza. Poi deve aver notato che il fumo rendeva quegli insetti innocui e che pertanto poteva utilizzarlo a proprio vantaggio.

apicoltore che raccoglie i favi mentre un altro agita un turibolo per far fumo

 

L’apicoltura vera e propria iniziò quando l’uomo, nel Neolitico, si trasformò in agricoltore e prese ad allevare le api entro speciali contenitori: dei tubi di fango e paglia essiccati e accatastati. Una volta raccolto, il miele veniva poi versato e conservato nelle anfore.

Nella Tomba di Rekhmira, vizir del faraone Amenhotep I della XVIII dinastia dell’antico Egitto (1500 a.C.) vediamo un apicoltore che raccoglie i favi mentre un altro agita un turibolo per far fumo.

Per tutta l’antichità, il miele è stato l’unico dolcificante di cui si disponesse. Lo zucchero, infatti, è stato diffusamente introdotto in Occidente con la barbabietola dal Nuovo Mondo, dopo una prima momentanea comparsa in Spagna e in Sicilia grazie agli Arabi, che lo importavano dall’Oriente: era conosciuto come il “sale arabo”.

 

 

L’EXULTET

L’Exultet è il lungo testo della Chiesa cattolica che il diacono canta durante la liturgia della veglia pasquale e che, nella sua versione gregoriana, acquisisce una suggestione particolarissima. È l’inno della vittoria della luce (simboleggiata dal cero pasquale) sulle tenebre dovuta alla resurrezione di Cristo della quale si rievocano tutti i precedenti dell’antica Scrittura (il peccato originale, l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, le profezie…). Per permettere ai fedeli di comprendere la complessità di tutte queste rievocazioni cantate in un latino stilisticamente molto elaborato, il diacono, man mano che procedeva nel canto, srotolava dal pulpito la pergamena su cui era scritto il testo permettendo lo scorrere delle splendide relative immagini miniate che erano rappresentate all’incontrario. A un certo punto il diacono dice: “In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri, nella solenne liturgia del cero, frutto del lavoro delle api (de operibus apum)”, e più oltre: “Riconosciamo nella colonna dell’Esodo gli antichi presagi di questo lume pasquale che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio. Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto (apis mater eduxit) per alimentare questa lampada preziosa”. Questa parte dell’inno è nota come “l’elogio delle api”. L’immagine qui riportata, che rappresenta lavori di apicoltura, è tratta da un exultet barese dell’XI secolo.

Exultet barese dell’XI secolo

L’ARALDICA

Simbolo di operosità e di dolcezza, l’ape si trova nello stemma di 3 Province e di ben 74 Comuni italiani.

Stemma Famiglia BarberiniLa prima casata italiana a inserire le api nel suo stemma fu quella dei Barberini, il più famoso dei quali fu papa Urbano VIII (1623-1644), passato alla storia, fra le altre cose, per l’uso disinvolto delle antichità riutilizzate per i sontuosi edifici della Roma barocca, il che fu all’origine della famosa pasquinata “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”. Il curioso è che, quando la famiglia diventò importante, cambiarono il loro vero nome che era Tafani con quello della cittadina di origine, Barberino di Val d’Elsa. E allora anche i tre tafani dello stemma diventarono tre splendide api e il motto fu “In forti dulcedo”.

 

 

Il problema si pose in Francia con l’istituzione dell’Impero di Napoleone nel 1804. Bisognava creare uno stemma che rompesse con i simboli dell’ancien régime (i re di Francia avevano per armoirie il giglio giallo-oro). Fra le varie proposte (l’aquila, il leone, l’elefante, il gallo, la quercia), la scelta cadde sulle api, simbolo di immortalità e di resurrezione, “perché la Francia si organizza intorno a un capo, come un alveare”. Si ritenne anche di legare la nuova dinastia alle antichissime origini della Francia perché nella tomba di Childerico I, padre di Clodoveo e fondatore della dinastia merovingia nell’anno 457, erano state trovate delle aquile d’oro (che in realtà erano delle cicale). Napoleone

Imitando irrispettosamente il celebre ritratto di Napoleone in trono dipinto da Dominique Ingres nel 1808, col manto di velluto porpora disseminato di api dorate,

Paul Cézanne dipinge nel 1867 il ritratto del suo sfortunato amico Achille Emperaire con le api d’oro sullo sfondo bianco raso della poltrona. Achille Emperaire

 

 

 

 

 

 

 

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