Giornata mondiale del Colore  -6 maggio-

Sfogliamo un classico che non ‘scolorisce’

Plinio il Vecchio (lo scrittore scienziato latino morto nel 79 d.C. a causa dell’eruzione del Vesuvio) nella sua Naturalis Historia (libro XXXV) fa un elenco quasi interminabile dei colori, dei loro luoghi d’origine e delle tecniche di lavorazione: un discorso complesso che si dipana tra sostanze naturali, vegetali o animali, processi ‘chimici’ e pratiche umane. Tra i passi più importanti, quello in cui distingue i colori in “austeri” e“floridi”, precisando che entrambi i tipi possono sia trovarsi in natura sia ottenersi per mistura. Non da meno il passo per cui Plinio avrebbe poi esercitato grande influenza sulla storia della pittura occidentale, attraverso varie interpretazioni: il passo in cui afferma che con soli quattro colori –bianco, giallo, rosso e nero- pittori illustri dell’antica Grecia, come Apelle o Nicomaco, avevano creato opere immortali.

Tra tutti i colori che Plinio descrive, è il rosso che si è fatto conoscere e riconoscere attraversando il tempo, sin dall’uso che ne aveva fatto l’Uomo di Neanderthal in pitture rupestri di circa 64.000 anni fa, grazie alla presenza diffusa degli ossidi di ferro e alla varietà di pigmenti cui questi ultimi danno luogo. Valori simbolici si ritrovano associati all’ocra rossa, come nelle sepolture o come nel largo uso del rosso nell’esercito romano.

Resta negli occhi e nella memoria diffusa il Rosso Pompeiano. Sebbene alcuni rossi siano diventati tali dopo l’impatto con i gas sprigionati dall’eruzione, sebbene alcuni affreschi fossero più propriamente decorazioni a tempera, resta comunque indelebile ciò che Vitruvio affermava nel De Architectura: <<…riguardo ai colori accuratamente applicati sull’intonaco umido, essi non si staccheranno mai, ma resteranno sempre>>.

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