Il 18 maggio ricorre la giornata internazionale dei Musei. Quest’anno poi la data coincide con quella della riapertura dei Musei italiani dopo la lunga chiusura dovuta alla pandemia. Il Gruppo Archeologico Veliterno vi propone di festeggiare la ricorrenza immaginando di salire al piano superiore del nostro Museo Civico e, davanti al cippo funebre rinvenuto nel 1924 lungo l’Appia Antica alle Incudini (inv. 453), di far rivivere i personaggi ivi ricordati.

HELPIS Prego, signori, entrate! Benvenuti! Io sono la padrona di questo fondo che mi ha lasciato in eredità la buonanima di mio marito Lucio Marcio Aniceto in onore del quale ho fatto erigere questo bel cippo marmoreo con scolpite le nostre immagini e l’epigrafe nel nostro sepolcreto. Lucio Marcio Aniceto era il mio padrone e io ero la sua devota e giovane serva Helpis. Sapete come vanno queste cose. Insomma, mi affrancò e quindi mi diede il suo nome, per cui mi chiamai Marcia Helpis, e mi sposò. Tra prima e dopo il matrimonio siamo stati insieme per trent’anni, sempre d’amore e d’accordo, senza mai uno screzio. Ci intendevamo bene anche perché eravamo entrambi grecanici: lui Aniceto (che vuol dire Invitto) e io Helpis (che significa Speranza). Quando la nostra storia incominciò – io avevo sedici anni e lui andava per i cinquanta – regnava l’imperatore Claudio, poi ci fu Nerone e dopo di lui l’annus horribilis in cui non si capì più niente e si successero, uno dopo l’altro, Galba, Otone e Vitellio, e finalmente riavemmo sicurezza e pace con Vespasiano e poi col suo bravissimo figlio Tito, una vera delizia del genere umano. Non abbiamo avuto figli, ma la proprietà era grande, e c’erano molti liberti e altre liberte e – sapete come vanno queste cose – tanti ma tanti ragazzini e ragazzine … La buonanima ha voluto che nel sepolcreto fosse destinato uno spazio anche a loro e ai loro figli, perciò è grande circa mezzo iugero (per farvi capire: 1500 metri quadri più o meno) recintato da un muro dalla vasca dei pesci fino al pozzo. Come vi dicevo, la proprietà era grande: un uliveto, un vigneto, un orto, e avevamo anche realizzato un discreto allevamento di pesci. L’acqua ci arrivava dall’acquedotto privato che noi proprietari della zona avevamo fatto costruire per le nostre necessità: 150 metri su 17 campate dalla sorgente di Colle Formica fino a qui. C’era sempre molto lavoro da fare e vendevamo i nostri prodotti alle nùndinae (i mercati) di Velletri e fino ad Ariccia verso Roma e al Foro di Appio verso Terracina.

cippo 1

Il cippo lo abbiamo studiato assieme. Sul lato anteriore abbiamo fatto riprodurre, da un bravo scalpellino di Velletri, una scena in cui siamo rappresentati noi due: lui sdraiato sul lectus del triclinio ed io seduta ai suoi piedi. Dal soffitto, a mo’ di ghirlanda, pende un serpentina di tessuto trasparente con dentro profumatissime rose del nostro giardino: lui indossa una comoda tunica di lino bianco, e io un amictus elegante. Io tengo stretta fra le mie mani la sua mano destra: lui nella sinistra ha un poculus di vino schietto, di quello nostro. Sulla lussuosa mensa delphica di marmo a tre piedi leonini ci sono altri due pocula cui attende il piccolo servus, in rappresentanza dei tanti ragazzini della proprietà. L’epigrafe invece l’ho pensata io dopo la sua morte. Sotto la dedica ci ho voluto fare scrivere anche le disposizioni testamentarie che aveva volute lui. La dedica dice: “Marcia Helpis al suo patrono e sposo Lucio Marcio Aniceto benemerito, col quale ha vissuto trenta anni senza nessuno screzio. Quest’anima benedetta qui riposa in pace”. E poi le disposizioni: “Lo fece per sé e i liberti e le liberte e i loro discendenti. È delimitato da un muro e va dalla vasca al pozzo per circa mezzo jugero più o meno”.

Cippo2

Ai due lati ci sono da una parte Giove con in mano lo scettro e l’aquila ai suoi piedi, e dall’altra Giunone con la patera sacra e lo scettro e il pavone ai piedi. Ma in realtà i volti dei due dei sono esattamente i nostri.  Cippo 3

 

 

 

 

 

ERMETE Scusate l’intrusione. Ci sono anch’io, Ermete. Ero il medico di Tito che mi aveva affrancato e dato il suo nome, e amico di Aniceto. Quando andai in pensione, Aniceto mi propose di venire a vivere qui nella sua grande villa sull’Appia in questa bellissima campagna di Velletri. Ci venni insieme ai miei liberti e le mie liberte, che si aggiunsero così ai suoi: insomma da amici diventammo anche soci.

Lo assistetti nella sua ultima malattia, ma non ci fu nulla da fare e spirò praticamente fra le mie braccia. Sapete come vanno queste cose.

La vedova inconsolabile – una donna ben rodata e ancora pimpante e quasi giovanile – si consolò con me così tanto da consumarmi e a mia volta morii praticamente fra le sue braccia. A Roma regnava Domiziano.

Cippo4C’era ancora uno spazio vuoto sul cippo di Aniceto: la bis-vedova chiamò il figlio dello scalpellino – un aitante giovanotto – e mi fece rappresentare a cavallo di un ariete, preceduto da un gallo (che sono animali simboli dell’arte medica ma anche con allusioni di virilità), vestito col pallio e il petaso in testa, con un sacchetto nella sinistra e il caduceo nella destra. E, bontà sua, ci ha messo anche la dedica, che dice: “E anche a Tito Flavio Ermete, medico, liberto dell’Augusto, e ai liberti e le liberte e ai loro discendenti”.

 

 

Musei Civici di Velletri

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