Velletri Colonia Romana: L’anno 389 a.C., convinti di infliggere ai Romani, che solo pochi mesi prima avevano subito l’onta dell’invasione e il saccheggio dei Galli Senoni guidati da Brenno,  una sconfitta definitiva, i Volsci ripresero la loro interminabile guerra. Confidavano anche sul fatto di non essere soli, perché oltre ai Galli non ancora domati, erano coalizzati contro Roma anche Latini, Equi ed Etruschi.

Roma reagì affidando la dittatura per la terza volta a Marco Furio Camillo. Costui divise l’esercito in tre parti inviandone una a Veio contro gli Etruschi, un’altra a protezione della campagna romana, mentre lui stesso si diresse contro i Volsci che si erano asserragliati a Maecium  (attuale Castello di San Gennaro) tra Lanuvio e Velletri. Li assalì di sorpresa e li sconfisse, costringendoli alla resa.

Per maggiore precisione, secondo il racconto di Tito Livio e quello di Diodoro Siculo (i quali scrivono più di 300 anni dopo i fatti e, quindi, devono essersi avvalso di quanto restava degli Annales), le cose sarebbero andate così: I Romani erano riusciti a stabilire una loro guarnigione sull’attuale Colle di San Gennaro. I Volsci, o più esattamente Lanuvini e Veliterni, li assediarono. Fu a questo punto che Furio Camillo, presili alle spalle, assediò gli assedianti; poi, approfittando di un vento favorevole, incendiò il loro accampamento costringendoli ad uscire all’aperto e, quindi, li sterminò. La vendetta fu durissima:  i Veliterni – che avevano creduto di cogliere la buona occasione alleandosi ai Volsci – anch’essi sconfitti, furono deportati al di là del Tevere e il loro territorio fu devastato e poi colonizzato.

 

Ma procediamo con ordine.

Nello stesso passo in cui parla della battaglia di Mecio Livio fornisce un’indicazione cronologica precisa: (Camillo) “costrinse finalmente i Volsci alla resa nell’anno settanta”, il che significa “dopo settanta anni di guerra”. In altre parole, la guerra tra Volsci (non necessariamente anche Velletrani) e Romani si trascinava da settanta anni: era quindi iniziata nel 459, quando i Volsci avevano cercato senza riuscirci di occupare Anzio.

Più oltre  – siamo all’anno 338 in cui fu dissolta la Lega Latina – si esprime così: “Contro i Veliterni, antichi cittadini romani, poiché si erano ribellati tante volte si infierì gravemente: le mura furono demolite, il Senato fu allontanato, ed ebbero ordine di abitare di là dal Tevere … Nelle terre dei senatori furono mandati coloni, arruolati i quali, Velletri riprese l’antica popolosità”.

Dai due passi si ricava che i Velletrani non erano volsci, ma cittadini romani di vecchia data (“veteres”) con il vizio però – di cui erano ritenuti responsabili i soli locali senatori possidenti – di allearsi coi vicini Volsci o con i Latini contro Roma. Deportati quindi furono soltanto costoro, mentre la nuova colonia – del 338 – militarizzata garantì l’antica popolosità.

Che i Romani in quella occasione si siano decisi per la deduzione in Velletri occupata di una colonia piuttosto che optare per la “foederatio” (riconoscimento di totale autonomia interna) significa una sola cosa: che essi non si fidavano ancora dei Velletrani per tenere a bada i quali era necessaria la presenza di soldati romani. I coloni, infatti, erano cittadini romani i quali, per essere coloni e ottenerne i conseguenti vantaggi (spese di viaggio e di primo impianto nell’ “ager” diventato “publicus” pagate dallo stato) dovevano arruolarsi, impegnandosi a garantire la difesa e il presidio della colonia che andavano a fondare, la quale assumeva lo status di “municipium”  (limitata autonomia organizzativa e propri magistrati, cittadinanza romana ai soli coloni).

Quanti erano i coloni? Mai meno di 2000, preferibilmente 6000 (l’equivalente di una legione). Non sappiamo quanti furono i coloni che si installarono a Velletri in quella occasione, ma, considerata la diffidenza più che giustificata dei Romani, possiamo ritenere che fossero almeno la metà di una legione. Ad essi furono distribuite le terre dei latifondi tolti ai senatori (decurioni) deportati, calcolati in jugeri in proporzione diversa a seconda che fossero fanti, centurioni o cavalieri. Questa operazione si chiamava “centuriazione” . Una centuria, intesa come unità di superficie, era un lotto quadrato di circa 700 metri di lato, ai cui estremi correvano strade secondarie tutte per lo più parallele o perpendicolari ai due grandi assi principali che erano il “cardo maximus” da nord a sud e il “decumanus maximus” da est a ovest. In pratica, l’agrimensore, scelto un punto di partenza (“umbilicus”), aiutandosi con la “groma”, definiva dapprima gli assi principali, quindi quelli via via secondari all’interno dei quali venivano a trovarsi le particelle di territorio ciascuna della dimensione desiderata. In quella prima occasione, gli “umbilici” furono indubbiamente offerti dai limites dei latifondi confiscati ai senatori. In seguito, a partire dalla costruzione della via Appia nel 312 (solo 26 anni dopo), fu l’Appia stessa a fornire il riferimento principale e ufficiale delle successive centuriazioni (all’epoca dei Gracchi, sotto l’imperatore Claudio).

 

Nel corso dei secoli, quei lotti iniziali hanno subito un numero incalcolabile di modifiche mediante suddivisioni e accorpamenti, ma con l’aiuto dell’aerofotogrammetria è ancora possibile ridisegnare in parte la centuriazione originaria. In mancanza, è talora sufficiente esaminare con un minimo di attenzione le mappe catastali odierne per ottenere lo stesso risultato. Questo è possibile anche per Velletri. Si prenda, ad esempio, il foglio catastale n. 84, e si noti come, partendo dall’Appia (il rettilineo in basso) i cardi e i decumani secondari corrono a distanze regolarissime contenendo i diversi lotti.

È un lavoro che sarebbe utile e interessantissimo svolgere su tutto il territorio – almeno quello pianeggiante – di Velletri al fine di ricostruirne finché possibile la centuriazione romana.

Ciro Gravier

Gruppo Archeologico Veliterno

Il presente articolo è stato pubblicato sul giornale locale L’Artemisio di Sabato 1 Ottobre 2016, pagina 14art_ciro_1ottjpg

L’articolo rientra in un progetto che sarà sviluppato dalla Commissione Appia Antica